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Il silenzio non aiuterà Patrick Zaki

Il 7 maggio, nel corso di una trasmissione televisiva, il ministro degli Affari esteri Luigi Di Maio ha annunciato, esattamente dopo 15 mesi dall’arresto, la nuova strategia per riportare in Italia Patrick Zaki: il silenzio.
Liquidando come inutili se non dannose le iniziative della società civile, degli enti locali, delle università (e forse anche dei parlamentari, poiché mi è parso che alla fine il bersaglio dell’esternazione fosse proprio la proposta di conferire la cittadinanza italiana allo studente egiziano dell’ateneo bolognese), il ministro Di Maio ha rivendicato il funzionamento della strategia del silenzio, che avrebbe consentito di risolvere felicemente altre situazioni.
Non vengono in mente, tuttavia, altri casi di prigionieri di coscienza detenuti illegalmente nelle carceri di uno stato amico che l’Italia abbia fatto liberare in tal modo.  Forse il ministro Di Maio si riferiva alla discrezione con cui sono state condotte le trattative per il rilascio di ostaggi italiani sequestrati da attori non statali.
Ma Patrick Zaki non è Silvia Aisha Romano e lo stato egiziano non è un gruppo armato: è il nostro “partner ineludibile” (come disse uno dei predecessori di Di Maio alla Farnesina, Angelino Alfano, nel 2017), che continuiamo a blandire e omaggiare tra l’altro con massicce forniture militari e al quale ora si vorrebbe fare il regalo di un deferente silenzio.
Se la strategia del silenzio fosse stata applicata dall’inizio, Patrick sarebbe stato inghiottito in qualche scantinato di tortura al Cairo e forse non saremmo ancora qui a chiedere la sua scarcerazione.
La colonna sonora dei regimi autoritari è il silenzio. Non bisogna esserne complici.
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