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Il Mio Nome è Meriam, Storia Di Una Condanna A Morte In Sudan Divenuta Simbolo Di Speranza

Il mio nome è Meriam, storia di una condanna a morte in Sudan divenuta simbolo di speranza

In questo periodo in cui siamo così distanti dovremmo sentirci ancora più vicini e manifestare solidarietà. Abbiamo tempo per leggere, approfondire e riflettere. Per questo ho pensato di mettere a disposizione gratuitamente per i lettori di Focus on Africa il mio libro bestseller “Il mio nome è Meriam.
Colgo l’occasione anche per ricordarvi che in questo periodo ciascuno di noi può fare qualcosa di concreto per gli altri, anche da casa.
Se non avete già provveduto e se vi è possibile, fate una donazione, anche piccola, alle strutture che in questo momento stanno sopportando il peso maggiore di questa emergenza.
Scegliete liberamente: ospedali, Protezione Civile, Croce Rossa, Emergency o qualsiasi altra organizzazione o ente impegnato nella gestione e nella cura dei contagiati da Covid – 19.
Io l’ho fatto e, vi assicuro, dopo mi sono sentita meglio.
Buona lettura.

 

Introduzione

Né allora né mai

Quando, in una torrida mattina di maggio, il giudice pronunciò la sentenza che mi condannava a cento frustate per adulterio e all’impiccagione per apostasia non immaginavo che sarei diventata un simbolo né, tanto meno, aspiravo a diventarlo. Mi interessavano soltanto la mia fede e il rispetto dei principi con i quali ero cresciuta e nei quali credevo fermamente.

Certo, sapevo che decine, forse centinaia, o addirittura migliaia di persone sparse in tutto il pianeta aspettavano la decisione della corte con il fiato so-
speso, e la maggior parte stentava a credere che una donna ventisettenne, incinta e madre di un bambino, rischiasse di morire per non aver voluto rinnegare la propria religione.
Nonostante le rappresentanze diplomatiche di Stati Uniti, Gran Bretagna e Olanda avessero fatto pressione sul governo del Sudan perché si impegnasse a far rispettare il diritto alla libertà di culto, compreso quello di cambiare la propria fede, sancito dalle legislazioni internazionali e dalla Costituzione del
paese, il giudice non era arretrato di un centimetro.
All’inizio del processo, Daniel, mio marito, sudanese di nascita ma con la cittadinanza statunitense, fiducioso, convinto che, in fondo, si trattasse solo
di un grande equivoco. Tuttavia, con il passare del tempo, si era dovuto  scontrare con l’intransigenza delle autorità locali, un atteggiamento sordo e duro incarnato alla perfezione dal presidente del parlamento, che aveva risposto all’appello degli ambasciatori con un’indifferenza ai limiti della “cafoneria diplomatica”, limitandosi ad affermare che il potere giudiziario era autonomo e ben distinto da quello politico. Quindi, in sintesi, nessun intervento da parte del governo.
Non importava che le accuse nei miei confronti si basassero sulla denuncia di un perfetto sconosciuto, un uomo che affermava di essere mio fratello, ma che non avevo mai visto in vita mia. Come non contava la mia versione, il fatto che non sapessi di essere figlia di un musulmano, visto che mio padre aveva abbandonato me e mia madre quando avevo appena sei anni e, perciò, non avessi commesso alcuna apostasia: nei paesi islamici la religione si tra-
manda di diritto per linea paterna e il fatto che conoscessi o meno la religione di mio padre, e che fossi stata educata nella fede cristiana sin da bambina, non mi rendeva meno colpevole: la sharia non ammetteva ignoranza.
In più, essendomi sposata con un cristiano, ero colpevole di adulterio: una donna musulmana può unirsi solo con un musulmano, il matrimonio con un uomo di un’altra fede non solo non è ammesso né riconosciuto, ma va punito. Qualche tempo prima, una delegazione della Muslim Scholar Association, composta da imam ed esponenti religiosi locali, mi aveva fatto visita in prigione.
Non erano stati aggressivi né minacciosi, ma molto pressanti. E avevano usato un tono e delle argomentazioni altrettanto persuasive. Avevano detto che sarebbero potuti intervenire presso la corte, avevano recitato dei brani del Corano e mi avevano invitato a pregare con loro, sostenendo che l’islam fosse la religione più giusta e compassionevole, e che se avessi riabbracciato il culto di Maometto sarei stata premiata con una vita ricca di soddisfazioni.
Dopo avermi condannato, il giudice Abbas Moammed Al-Khalifa sospese la sentenza e mi propose una sorta di scambio: «Ti concediamo tre giorni per
convertirti all’islam» disse.
«Se lo farai, lasceremo cadere le accuse nei tuoi confronti.». Settantadue ore dopo, il 15 maggio 2014, pretese di incontrarmi. Fu un momento difficile, il più pesante da quando tre mesi prima, il 17 febbraio, la polizia aveva bussato alla porta di casa mia e mi aveva condotto in carcere assieme al mio bambino.
Il giudice, un uomo vestito di scuro, con un’espressione dura, incapace di emozioni e men che meno di empatia, mi chiese cosa avessi deciso, se avessi accettato la sua offerta. Rifiutai. Insistette. Andammo avanti per circa quaranta minuti, ma non vacillai nemmeno un istante: sapevo cosa rischiavo, e cosa avrei ottenuto se avessi assecondato le sue richieste, ma non potevo tradire la mia religione, ciò che mi aveva reso quello che ero e che dava senso ai miei respiri. La fede era la mia forza, il mio appiglio, la luce che illuminava i momenti più bui. Ero sicura che il Signore non mi avrebbe abbandonata, che mi sarebbe stato accanto fino all’ultimo respiro.

Nel corso della lettura della sentenza il giudice Al-Khalifa sottolineò il fatto che mi avesse concesso tre giorni per abiurare il cristianesimo, ma che avessi rifiutato. Per questo, concluse, per non avere colto la disponibilità della corte e non essermi riconvertita all’islam, meritavo una pena severa.
Ascoltai le sue parole senza abbassare lo sguardo, mentre all’esterno del tribunale un gruppetto di estremisti accoglieva la sentenza e festeggiava al grido di «Allah Akbar», “Dio è grande”.
In quel momento non sapevo di essere un simbolo, né mi importava. Pensavo soltanto a mio marito, al piccolo Martin e alla vita che cresceva dentro di me. Pensavo che sarebbero bastate due parole per uscire dall’incubo e tornare a una vita normale. Ma che non le avrei dette. Né allora né mai. Avrei sop-
portato qualsiasi pena pur di difendere la mia dignità e tutelare la libertà di scegliere e credere nella propria religione. Qualsiasi essa fosse.

Estratto dalle interviste con Meriam Yehya Ibrahim
Ishag

Khartoum, 7 luglio 2014 / Roma, 28 luglio 2014

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