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Burundi, Consiglio Di Sicurezza Dell’ONU: Bene Progressi, Si Prosegua

Burundi, Consiglio di sicurezza dell’ONU: bene progressi, si prosegua

Il 5 dicembre scorso il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha tolto il Burundi dall’elenco dei Paesi sotto osservazione speciale, perché ritiene che con la presidenza di Évariste Ndayishimiye, eletto nel giugno scorso, vi sia un miglioramento delle condizioni di sicurezza nello Stato africano, cioè “l’inizio di una nuova fase”.

La Commissione d’inchiesta dell’ONU era stata istituita nel settembre 2016 in ragione delle sistematiche e diffuse violazioni dei diritti umani in Burundi. Il regime di Pierre Nkurunziza rispose ritirandosi dalla Corte penale internazionale, nell’ottobre 2017, primo Paese al mondo a compiere un gesto del genere, seguito poi dalle Filippine di Rodrigo Duterte. Successivamente, nel febbraio 2019 il Burundi chiuse l’ufficio locale del Commissariato dell’ONU per i Diritti Umani, mentre in novembre annunciò la chiusura per il 31 dicembre successivo dell’ufficio locale dell’Inviato speciale del Segretario generale dell’ONU. L’ultimo motivo di tensione tra il Burundi e le istituzioni internazionali si è avuto nel maggio 2020, quando furono espulsi quattro esperti dell’OMS/WHO, in piena emergenza per l’epidemia di Covid19.

Le attuali autorità burundesi hanno accolto con entusiasmo la decisione del Consiglio di sicurezza dell’ONU della settimana scorsa, al punto che per oggi, 12 dicembre, è stata indetta una marcia/manifestazione di gioia per le strade di Gitega, la capitale. Tuttavia, c’è un problema, perché oggi è un anniversario importante: 5 anni fa, nella notte tra l’11 e il 12 dicembre 2015, almeno 87 persone furono giustiziate nei quartieri di Bujumbura in cui mesi prima erano state più forti le manifestazioni contro Nkurunziza e in cui c’era stato maggior sostegno al tentato golpe da parte di alcuni militari.

Il massacro fu una brutale ritorsione dopo che un gruppo di oppositori il giorno prima aveva assaltato tre campi militari; quella notte, decine di persone furono freddate casa per casa in vere e proprie esecuzioni extragiudiziali. Non era una violenza nuova, tuttavia da anni non si registravano le sconcertanti proporzioni che la furia omicida assunse quella notte.

Com’è comprensibile, pertanto, non tutti in questa giornata sentono di poter festeggiare una decisione politica dell’ONU, anzi è l’occasione per ribadire che la democrazia burundese è ancora fragile e, soprattutto, che la sua è una società in frantumi dopo anni di terrore.

 

 

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