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Finisce l’anno e Patrick Zaki è ancora in carcere. 2021 inizia con impegno sua liberazione

L’ultimo pensiero dell’anno che desidero lasciare su questo importante portale che mi ha ospitato costantemente in questi 12 mesi va a Patrick Zaki.

È stato, quello che si chiude oggi, l’anno peggiore della sua vita: iniziato benissimo, a Bologna, coi suoi studi e tra i suoi affetti; e terminato in modo pessimo e atroce, in una oscura cella della prigione di Tora, al Cairo, dove si trova ormai da quasi 11 mesi.

Da quella cella, all’avvocata e ai suoi familiari che hanno ripreso ad andarlo a trovare, Patrick lascia dei messaggi strazianti: a volte di speranza ma spesso di paura e rimpianto.

La paura che la detenzione senza processo, con l’impossibilità di difendersi da accuse inventate, possa durare ancora a lungo. Il rimpianto per il secondo anno del Master dell’Università di Bologna iniziato senza di lui, per gli amici bolognesi, per il suo medico di fiducia bolognese. Per le feste trascorse separati e per quello che probabilmente sarà il secondo Natale copto che non trascorrerà con la famiglia.

Compito nostro è mitigargli quei rimpianti, rintuzzargli la paura, rinfocolargli la speranza. Prima o poi quella cella si aprirà e Patrick tornerà a Bologna, dove aveva deciso nel settembre 2019 che avrebbe dovuto essere il suo futuro.

Ma quella cella non si aprirà automaticamente. La chiave per aprirla è in molte mani. Anche del governo italiano.

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