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Europa, Mediterraneo e le missioni Search-and-Rescue

L’Europa si scopre (finalmente) solidale, per l’Ucraina

Stiamo assistendo sgomenti, impotenti, tristi, arrabbiati, spaventati, preoccupati all’arrivo di tantissimi profughi -per lo più donne, bambini e anziani- in fuga dall’Ucraina. E abbiamo visto, spiraglio di luce in un periodo fosco e opaco, l’Europa attivare in brevissimo tempo la direttiva 55/2001 che consente la protezione temporanea dei rifugiati, direttiva che non era mai stata invocata prima, neppure di fronte ai drammatici esodi di persone da Iraq, Siria e Afghanistan.

La risposta, immediata e solidale, dell’Europa (istituzioni e popolazione) è forse legata alla nostra collettiva e (purtroppo) rinnovata comprensione del terrore, dello straziante dolore, del senso di urgenza profondo, intimo e viscerale di lasciare tutto e fuggire.

Fuggire da violenze e guerre, certo, ma anche persecuzioni, violazioni dei diritti umani, carestie, povertà e cambiamenti climatici.

L’auspicio adesso è che questa consapevolezza possa farci finalmente guardare in modo critico, più obiettivo e umano, privi delle lenti deformanti della retorica identitaria, sovranista e xenofoba, alle politiche finora perseguite nei confronti dei migranti e rifugiati, a quelle politiche europee (e nazionali) di esternalizzazione delle frontiere, di chiusura dei canali legali di immigrazione, di respingimento (illegale) e di costruzione di muri (di cemento, ferro, filo spinato e acqua).

Perchè le persone non fuggono solo dalle guerre. E non fuggono solo dall’Est dell’Europa.

 

Mediterraneo

L’Italia è uno dei paesi della frontiera Sud del nostro continente, lo sappiamo. E i flussi di persone spesso disperate che cercano riparo, conforto, protezione e speranza in Europa passano anche dall’Italia. Attraversando il Mediterraneo. E, prima, la Libia. E, prima, il deserto.

E il Mediterraneo, come è noto, è -a causa delle criminali condotte dei trafficanti di uomini e, anche, delle criminogene politiche di chiusura europee- la rotta migratoria più mortale al mondo, un enorme cimitero. Lo dicono i numeri, le indagini, le segnalazioni, le ONG. Ne parlava Amnesty nel 2019, lo ha detto chiaramente Papa Francesco in più occasioni.

E lì, nel Mediterraneo, l’Europa non c’è. Ha affidato ai miliziani con la divisa della cosiddetta guardia costiera libica (creata, equipaggiata, addestrata e finanziata da Unione Europea e Italia -a partire dal Memorandum Italia Libia– proprio a questo scopo) il compito di “salvare” le persone, riportandole nei lager in Libia. Lager dove sono sottoposte a torture, estorsioni, lavori forzati, violenze sessuali e trattamenti inumani e degradanti. Un respingimento collettivo. Che l’Europa non può effettuare direttamente e che quindi effettua indirettamente.

Ma le persone scappano. E partono.

Di queste, alcune (troppe, sempre di più) vengono catturate e riportate in Libia. Alcune arrivano autonomamente sulle coste europee. Alcune (troppe, e probabilmente molte di più di quelle che sappiamo) annegano. Alcune vengono intercettate e soccorse da navi e imbarcazioni di passaggio (mercantili, ad es., anche se l’ostilità aperta e incomprensibile degli Stati costieri impone costi tanto elevati da voler essere dissuasori). Alcune, infine, vengono salvate dalle navi delle ONG.

Quindi no, non tutti i migranti arrivano con le ONG. Interessante, su questo, il fact-checking di ISPI.

 

ONG del mare

Sulle ONG che operano soccorso in mare è stata avviata, nel volgere di poco tempo, una campagna di delegittimazione e criminalizzazione che continua -forte- ancora oggi. Una campagna che si manifesta sotto diverse forme e una certamente è quella della narrativa violenta e carica d’odio, che polarizza e rende tossico e impraticabile il discorso pubblico.

Eppure le ONG salvano vite.

Anzi, salvano vite supplendo all’assenza strumentale e deliberata della comunità internazionale, intervenendo dove la Guardia costiera non viene più fatta andare, impegnando asset navali (e aerei) acquistati e gestiti con donazioni di migliaia di sostenitori.

E no, non rappresentano un fattore attrattivo per le partenze: uno studio (realizzato da Matteo VillaEugenio Cusumano e pubblicato dallo European University Institute) ha dimostrato come l’attività delle ONG attive nel Mediterraneo dal 2014 al 2019 non abbia influito sulle partenze irregolari di migranti dalla Libia.

Tra le associazioni della società civile che operano nel Mediterraneo per informarci di quel che accade e per salvare persone ce ne sono due italiane. Una è la neonata ResQ – People saving people, un’altra è Mediterranea Saving Humans.

 

Mediterranea Saving Humans

Mediterranea Saving Humans si occupa dal 2018 di osservazione e monitoraggio, ricerca e soccorso a tutela dei diritti umani nel Mediterraneo Centrale.

In questi giorni, Mediterranea ha avviato la carovana Safe Passage in Ukraina: “tre autobus e sei van che porteranno aiuti umanitari a Medyka, al confine polacco–ucraino e nella città di Leopoli in zona di guerra. I bus ritorneranno in Italia con circa 130 persone a bordo che scappano dalla guerra e cercano rifugio in Italia”.

E sempre in questi giorni sta salpando, con la nave Mare Jonio, per l’undicesima missione a circa un mese dalla conclusione della precedente.

 

Search and Rescue nel Mediterraneo

Ma cos’è una missione Search & Rescue nel Mediterraneo? Come funziona? Come si gestiscono i salvataggi? Come si convive a bordo? Che rapporti ci sono tra le ONG e le Capitanerie?

Moltissima è la disinformazione su questi temi. E la disinformazione si presta alla strumentalizzazione. E agli attacchi. E ai messaggi d’odio.

Cerchiamo di capirne di più parlando con Sheila Melosu, 35 anni di Palermo, dal 2019 responsabile della logistica per le missioni e Capomissione nella missione 10 di Mediterranea. E, partendo proprio dall’esperienza vissuta a bordo della Mare Jonio nella missione 10, proviamo a diradare alcuni dubbi.

Sheila, come viene preparata una missione di monitoraggio, ricerca e soccorso in mare?

La preparazione avviene sia da un punto di vista tecnico di messa a punto della nave e di tutto ciò che ci serve per effettuare le azioni in mare che da un punto di vista di rifornimenti da prevedere per la nave, per l’equipaggio e anche per eventuali ospiti a bordo (kit d’accoglienza, abiti e prodotti per l’igiene, coperte, cibo, acqua).

A questo si aggiungono: preparazione del team, meeting di formazione e aggiornamento, meeting psicologici, prove tecniche, training, assegnazione nello specifico dei ruoli a bordo, condivisione dei protocolli (operativi, sanitari).

L’equipaggio della Mare Jonio al momento è formato da 11 persone tra marittimi professionisti e attiviste/i di Mediterranea.

Quando la nave parte, come si sceglie l’area da monitorare?

Siamo in costante contatto con le altre navi della Civil Fleet per cercare di coprire tutte le aree da monitorare che sappiamo essere maggiormente battute.

Come fa l’equipaggio a venire a conoscenza di un evento che richiede un intervento?

Ci sarebbero diversi modi:

  • tramite comunicazione ufficiali da parte degli MRCC competenti delle aree SAR del Mediterraneo;
  • tramite altre navi che vengano a conoscenza di eventi di distress;
  • tramite le comunicazioni mail che realtà come Alarm Phone, Sea-Watch Airborne e Pilotes volontaires inviano alle autorità competenti segnalando imbarcazioni in difficoltà;
  • tramite l’osservazione diretta e il monitoraggio radar durante la navigazione.

Questi ultimi sono stati negli ultimi anni i metodi più efficaci, visto il silenzio e spesso l’opacità informativa delle Autorità responsabili.

C’è un coordinamento tra le ONG presenti in mare?

Si tratta di un’attività di continua comunicazione e scambio d’informazioni che noi definiamo come ”Civil Fleet”, flotta civile, e che coinvolge tutti gli attori non governativi che operano nel Mediterraneo, con navi e aerei o attività di monitoraggio e allerta.

L’operazione di salvataggio è gestita in autonomia o è coordinata da un MRCC? Come?

Una volta ricevuta una segnalazione, si risponde alla stessa offrendo alle Autorità competenti la propria disponibilità a intervenire in soccorso delle persone in pericolo, aggiornandole in tempo reale sulla situazione dell’imbarcazione in distress e sulle attività compiute dalla nostra nave.

Una volta concluso il recupero in mare si comunica immediatamente agli MRCC competenti la fine delle operazioni, i numeri e le caratteristiche dei naufraghi imbarcati e si procede con la richiesta di PoS (Place of Safety) come previsto dalla convenzione SAR di Amburgo del ‘79. In particolare ci rivolgiamo agli MRCC di Italia e Malta, perché non riteniamo che Libia e Tunisia possano essere considerate “porti sicuri”.

Effettuato il salvataggio, cosa succede?

Le persone superstiti vengono immediatamente sottoposte a visita medica e rifocillate di acqua e cibo. Vengono censite per capire provenienza, età, se ci sono minori e quanti, e se ci sono minori non accompagnati e quanti.

A proposito di visita medica, le persone vengono anche sottoposte a tampone? Che genere di intervento medico si può fare in mare in una situazione di emergenza?

Noi non facciamo tampone Covid a bordo ma adottiamo tutte le misure necessarie a proteggere i naufraghi e il nostro equipaggio da eventuali contagi. Diciamo che noi ci paragoniamo ad un ambulanza, quindi  facciamo tutto ciò che in termini di triage e primo intervento (suture, medicazioni, terapie, etc) è possibile effettuare su una nave. Siamo anche attrezzati per effettuare interventi urgenti di rianimazione. Ma per casi particolarmente gravi e non gestibili a bordo viene immediatamente richiesta un’Evacuazione Medica (MedEvac) in collaborazione con MRCC e Guardia Costiera.

Come viene decisa la rotta da seguire dopo aver salvato delle persone a mare? Chi viene contattato?

La Mare Jonio fa subito rotta verso un porto sicuro, pronta ovviamente a intervenire nel caso, come il 20 gennaio scorso, vengano segnalate nelle vicinanze altre imbarcazioni in pericolo. L’MRCC di Roma viene costantemente aggiornato.

Contattate anche la c.d. Guardia Costiera libica?

Assolutamente no. Le milizie libiche che operano in mare non sono neanche lontanamente paragonabili alla nostra Guardia Costiera: l’obiettivo delle motovedette di Tripoli non è la salvaguardia della vita umana in mare, ma l’intercettazione, la cattura e la deportazione delle persone in fuga dalla Libia. Non si contano più i casi in cui l’intervento della cosiddetta guardia costiera libica si è concluso con comportamenti pericolosi e violenti che hanno causato la morte delle persone in mare. Inoltre la Libia non può essere in alcun modo considerato un “luogo sicuro”: è proprio da là che uomini, donne e bambini scappano dopo essere stati rinchiusi in campi di detenzione, ufficiali e non, dove vengono picchiati, torturati, stuprati, lasciati morire di sete e fame in condizioni igieniche e sanitarie inumane.

Perchè non contattate allora la Tunisia? Spesso è, geograficamente, più vicina dei porti di Italia o Malta.

La Tunisia ha firmato la convenzione di Ginevra del ’51 e riconosce costituzionalmente il diritto d’asilo. Ma non ha mai adottato leggi nazionali che garantiscano le necessarie tutele politiche, civili e sociali a favore delle persone migranti. Per l’attuale situazione materiale e politica non può essere certo ritenuta un porto sicuro per chi scappa da persecuzioni e guerre, povertà e abusi.

Siete mai stati contattati voi dalla c.d. GC libica? Vi è mai capitato di assistere ad un “salvataggio” da parte loro?

In diverse missioni, dal 2019 a oggi, siamo stati contatti in mare da motovedette libiche: c’è stato intimato di allontanarci dalla zona operativa per lasciarli intervenire.

In almeno quattro occasioni siamo arrivati troppo tardi e abbiamo purtroppo assistito a dei veri e propri “pull-back”, respingimenti effettuati dalla cosiddetta guardia costiera libica, con mezzi forniti dall’Italia e grazie alle informazioni e al coordinamento di Autorità europee.

Nessuno dei loro interventi può essere definito come un “salvataggio”. 

E come mai Malta non risponde alle chiamate, non coordina attività di ricerca e soccorso, non assegna un approdo?

Bisognerebbe chiederlo a loro e ai loro partner europei: parliamo di un Paese membro dell’Unione Europea che adotta comportamenti del tutto estranei al diritto marittimo internazionale. E senza alcuna conseguenza sul piano diplomatico.

Come mai l’Italia vi ha assegnato un PoS in tempi relativamente brevi mentre, parallelamente, per molti giorni gli appelli lanciati dalla GeoBarents -con 439 persone a bordo- sono rimasti inascoltati?

Credo dipenda dal fatto che la Mare Jonio sia una nave battente bandiera italiana. Dopo l’uscita di scena di Salvini dal ruolo di Ministro dell’Interno, quindi dalla fine del 2019 in poi, tutte le navi civili che hanno effettuato soccorsi nel Mediterraneo centrale hanno potuto sbarcare le persone salvate in porti italiani, che sono il luogo sicuro più vicino. Purtroppo, nella maggioranza dei casi in cui sono coinvolte navi con bandiera di altri Paesi, questo avviene con ritardi incomprensibili e inammissibili, esponendo le persone a bordo a giorni di inutile attesa e sofferenza.

Questa prassi viene giustificata dal governo italiano con motivazioni “logistiche” o “diplomatiche” (contatti e negoziazioni con le Autorità degli altri Paesi coinvolti). Tutto questo è semplicemente inaccettabile.

 

Del “funzionamento” delle missioni Search and Rescue sappiamo abbastanza poco, per questo le puntuali risposte che abbiamo ricevuto aiutano a chiarire il quadro generale, le azioni, i meccanismi. Sono infatti preziose e funzionali ad avere una visione più completa del fenomeno e a poter riconoscere e smascherare sia le notizie false e strumentali, veicolate non casualmente e poco spontaneamente sui social media, sia l’uso del linguaggio d’odio che radicalizza e fomenta una (gravissima) criminalizzazione della solidarietà.

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