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Etiopia, ritirata tattica o disfatta per le forze democratiche del TPLF e OLA?

Amhara. Ore 16.00 Ethiopian Time lunedì 6 dicembre 2021. Le truppe eritree e le milizie Amhara FANO hanno riconquistato le strategiche città di Dessie, Kombolcha e hanno assunto il controllo dell’intera autostrada B11 a Bati. Le operazioni di sgombero delle forze nemiche (TPLF, OLA) sono ancora in corso nelle circostanti campagne per garantire la sicurezza. Il regime nazionalista Amhara sta già puntando a nord di Dessie, avvicinandosi a Kutaber, Hayk, Wuchale e Woldiya.

In meno di dieci giorni le forze democratiche, ormai prossime ad Addis Ababa, hanno perso tutti i territori liberati nel Afar e in gran parte della regione Amhara. Questo successo è dovuto dall’entrata in scena (per la terza volta dal novembre 2020) dell’esercito eritreo e dal supporto attivo di Emirati Arabi Uniti, Iran e Turchia che non si sono limitati a inondare Arat Kilo di armi, droni e munizioni ma hanno inviato loro tecnici mercenari esperti per garantire una reale ed efficace copertura aerea delle truppe di terra grazie ad un sapiente uso dei droni.

É stato proprio questo sapiente uso dei droni che ha fatto subire all’esercito del Tigray pesanti perdite di artiglieria, carri armati, blindati e camion, costringendo la fanteria leggera a ritirarsi per non subire l’annientamento. L’obiettivo del regime è di costringere il TPLF a ritirarsi nel Tigray per poi stringerlo d’assedio e il Oromo Liberation Army nella Oromia, dove è già in previsione un’altra offensiva militare per distruggere il gruppo “terroristico”. Bombardamenti incessanti sui civili sono in atto in varie città della Oromia e del Tigray mentre la pulizia etnica contro i Tigrini presso la capitale Addis Ababa si è ora estesa agli Oromo. Il genocidio del popolo tigrino si sta intensificando.

Dopo vari giorni di imbarazzante silenzio i leader TPLF e OLA hanno trasmesso dei comunicati ufficiali nel tentativo di spiegare questo improvviso rovescio militare. Sono intervenuti il Generale Tadesse Werede, comandante supremo delle Tigray Defense Forces, il Presidente del Tigray – TPLF Debretsion Gebremichael e il Comandante delle forze di liberazione OLA, Jal Ai Husien.

Il Generale Werede ha affermato che il ritiro delle truppe tigrine è stato deciso in maniera autonoma affermando che un passo indietro è stato fatto per fare nell’immediato futuro due passi avanti. Definendo le vittorie riportate dal regime Amhara effimere e ingigantite da una irreale propaganda di guerra, il Generale Wered ha promesso che a breve le forse democratiche ridurranno al silenzio il regime lanciando una grande offensiva che metterà fine alla guerra. “Abbiamo già iniziato a ridurre al silenzio il nostro nemico e nei prossimi giorni vi assicuro che saremo nella posizione di ottenere decisive vittorie” afferma il Generale tigrino.

Il Presidente Debretsion ha insistito nell’appoggio di mercenari stranieri e nell’acquisizione di un immenso arsenale bellico da parte del regime Amhara. “Sappiamo che il regime sta facendo del suo meglio per non soccombere. Il coinvolgimento esterno ha avuto il suo impatto ma non può durare in eterno.

https://youtu.be/LPISI6qVSbo

Debrestion nel suo intervento ha posto l’accento sul piano di espansionismo imperiale della Leadership Amhara e sulla volontà di sterminare la popolazione tigrina tramite il genocidio. “Il nemico sta facendo del suo meglio per sterminarci. Anche noi stiamo combattendo con il massimo vigore e con tutte le nostre energie. Non possiamo combattere a cuor leggero. Combattiamo con vigore fino a quando il nemico sarà completamente sepolto. La guerra continua e, eventualmente, finiremo quello che abbiamo iniziato” ha promesso il Presidente riferendosi alla liberazione del paese dalle forze nazionaliste e genocidarie del Prosperity Party.

Il leader militare del OLA, Jal Ai Husien nel suo intervento ha posto l’accento sulla alleanza politica militare tra il Oromo Liberation Arny e il TPLF. “In questo momento l’Oromia e il Tigray stanno accelerando e intensificando la lotta armata contro questo regime fascista, e dittatoriale. Il regime sta facendo del suo meglio per sterminarci e per impedire il diritto della auto determinazione e il rispetto dei diritti umani ma noi stiamo lottando uniti contro il nemico”.

Il portavoce del TPLF, Getachew K Reda, sulla sua pagina Twitter @reda_getachew parla di “adeguamenti territoriali” affermando di aver inflitto al nemico gravi perdite. “Abiy e i suoi partner non possono competere con noi. Ci sono così tante considerazioni tattiche, operative e strategiche dietro la nostra mossa. Sebbene nessuna di queste considerazioni sminuisce il nostro obiettivo primario di garantire la sicurezza e la protezione delle nostre persone; siamo fiduciosi che saremo in una posizione molto migliore per raggiungere obiettivi molto più illustri nelle prossime settimane. Come continuiamo a ripetere, il Tigray prevarrà!”.

Sia il TPLF che il OLA insistono sul termine “ritirata tattica” e non forzata per poter riorganizzare i rispettivi eserciti e perseguire l’obiettivo strategico della guerra: la liberazione dell’Etiopia. I comunicati trasmessi sui social sembrano carenti di spiegazioni sul disastro militare e tesi a infondere coraggio ai soldati e alle rispettive popolazioni. Di certo non contengono messaggi di resa o parole che facciano intravvedere la possibilità di una tregua ed inizio dei negoziati tanto auspicati dalla comunità internazionale. Non di meno il campo avverso, che parla di “seppellire il nemico”.

Questi discorsi chiariscono che la guerra continuerà così come i lutti tra la popolazione. Nella cultura etiope non esiste il compromesso, solo la vittoria o la sconfitta. Eppure ci sono molti lati inspiegabili di questa improvvisa ritirata. Il primo tra tutti un evidente accordo con le forze eritree e milizie Amhara di momentanea non belligeranza. La maggior parte delle città della regione Amhara sono state liberate dal regime senza combattere, permettendo alle truppe delle forze democratiche di ritirarsi in ordine senza essere attaccate.

Il Premier Abiy si sente al settimo cielo e sogna già di Imperare incontrastato su un paese in rovina. Come le precedenti, anche queste sono mere illusioni. Speranze distrutte dalla sua stessa follia omicida e genocidaria.

A chiudere ogni prospettiva di dialogo e di pace è stata la notizia emersa del massacro dei Sacri Capi Tradizionali Oromo avvenuta il 01 dicembre in due distinte zone della Oromia: East Showa e Haroo Qarsa. Il regime ha volutamente colpito il simbolo più sacro del popolo oromo: i Capi Tradizionali del clan oromo Karrayyu che abita le rive della valle di Awash nell’area di Abadir e Merti, Etiopia centrale. I Karrayyu sono pastori e rappresentano la tradizione del popolo Oromo. I loro Capi Tradizionali sono considerati come dei semidei, in quanto detengono la cultura orale della millenaria storia degli Oromo.

La notizia del massacro è riuscita a sfuggire dalle strette maglie della censura del regime fascista Amhara grazie a dei giornalisti Oromo che hanno riportato il massacro di oltre una dozzina di Capi Tradizionali accusati di essere collegati al movimento di resistenza OLA. La notizia, prima riportata da media Oromo e successivamente dal Addis Standard e media internazionali, ha costretto il governo regionale della Oromia (controllato dal partito del Premier Abiy ironicamente chiamato: il Partito della Prosperità) ad ammettere l’orribile crimine dove hanno trovato la morte anche due Capi Tradizionali considerati intoccabili: Karrayyu Abba Gadaa, Abba Boku e Kadir Hawas Boru, incolpando però il Oromo Liberation Army.

Il massacro di Karrayyu è solo la punta dell’iceberg delle atrocità che il regime fascista Amhara sta perpetrando contro milioni di Oromo nella regione della Oromia e riflette il fatto che il Premier Abiy e il suo partito creato dal nulla: il Partito della Prosperità stanno ponendo rischi esistenziali agli Oromo ai loro valori tradizionali, al loro sistema autoctono di governo democratico e ai loro diritti umani.

Nelle ultime settimane il regime fascista ha intensificato le violenze, i massacri e gli stupri contro i civili in Oromia. I giovani studenti maschi e femmine oromo sono costretti a nascondersi dalla forze governative che li vogliono arruola con la forza per trasformarli in carne da cannone.

É in atto un attacco continuo e organizzato delle milizie Amhara in diversi distretti della Oromia che condividono il confine con la regione Amhara. Finora, centinaia di Oromo sono stati brutalmente assassinati, le loro proprietà distrutte. Migliaia sono gli sfollati che non ricevono alcuna assistenza dal governo. Da due settimane il regime sta bombardando i quartieri civili di diverse città Oromo uccidendo centinaia di civili solo per piegare la resistenza e il supporto popolare al Oromo Liberation Army.

I massacri del Saggi Capi Gadaa sta provocando un arruolamento di massa di giovani Oromo che si uniscono al OLA per liberare il paese e per la sopravvivenza della loro etnia che, come quella del Tigray, è seriamente minacciata dal piano di dominio etnico imperiale della leadership Amhara. Il leader militare del OLA, Jal Ali Husien, nel suo recente video, ha giurato di continuare la guerra fino alla caduta del regime e alla liberazione completa del Paese.

L’insensato accanimento a condurre una vera e propria pulizia etnica contro gli Oromo, che sono il 40% della popolazione etiope, sta portando l’Etiopia verso il baratro. Nessuno ora si fermerà a riflettere. Nessuno accetterà mediazioni di pace. Troppo sangue è scorso e il genocidio in atto in Tigray (ora esteso agli Oromo) non permette alcun compromesso né dialogo.

I media occidentali stanno rispolverando la paura che l’Etiopia possa diventare un’altra Jugoslavia, una grande nazione che si frantuma violentemente lungo le linee etniche. Secondo l’avviso di molti osservatori africani questa similitudine con il conflitto jugoslavo è forzato e frutto di una incomprensione dei “farengi” (gli occidentali) della reale situazione.

In Etiopia non vi è uno scontro indistinto tra diverse etnie. Nel paese, il secondo paese più popoloso dell’Africa con quasi 100 milioni di abitanti, esistono circa 80 etnie con differente lingua e cultura. Nel paese vi sono 83 lingue e 200 dialetti circa. I quattro ceppi fondamentali sono il Semitico, Cuscitico, Omotico e il Nilo-Sahariano.

Lo scontro in atto è tra le tre etnie maggioritarie. Quella Amhara (34,4% della popolazione nazionale) e le etnie Tegaru (7% della popolazione) e Oromo (40% della popolazione). Queste ultime due etnie sono alleate politicamente e militarmente come ha sottolineato il Comandante del OLA,  Jal Ai Husien, associate nel comune intento di liberare il paese e restaurare il federalismo con più ampi poteri decentrati alle regioni. É proprio questa alleanza che spinge gli Amhara a sostenere il Signore della Guerra Abiy e i leader nazisti Amhara. Nessuna convinzione ideologica vi è dietro a questo sostegno. Solo il terrore di essere annientati come etnia, ingigantito dalla abile propaganda del Prosperity Party.

La vittoria riportata da Abiy sul campo è effimera in quanto si basa sull’aiuto di eserciti stranieri che non possono e non vogliono restare in Etiopia per lungo tempo. La storia del conflitto iniziato il 03 novembre 2020 insegna che ogni volta che l’appoggio dell’Eritrea si allenta il TPLF e il OLA riconquistano terreno in quanto l’esercito federale non esiste più e la sua riorganizzazione necessita di qualche anno di pace. Un lusso che i dirigenti Amhara e Abiy di certo non potranno avere nel prossimo futuro.

Si sperava che la guerra potesse finire a dicembre con la liberazione di Addis Ababa. Al contrario continuerà in altre forme, forse per tutto il 2022 o anche oltre. L’ultima volta che le tre grandi etnie si sono scontrate il conflitto è durato cent’anni, dal 1755 al 1855. Questo orribile periodo di violenza e morte è ricordato con il nome di “Zemene Mesafint”, l’Era dei Principi.

L’Etiopia di oggi non si merita ciò. É per questo che la comunità internazionale deve intervenire per abbattere un regime che palesemente si basa sulla sopraffazione etnica e sul genocidio. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, il Canada, l’Australia, la Danimarca e i Paesi Bassi hanno espresso preoccupazione lunedì per le notizie di arresti diffusi da parte dell’Etiopia di cittadini del Tigray basati sull’etnia in relazione al conflitto, esortando il governo a fermare gli atti che ritengono probabili violare il diritto internazionale. Un’esortazione destinata a trasformarsi in una ennesima ipocrisia occidentale se non sarà seguita da una chiara condanna presso la Corte Penale Internazionale e un risolutore intervento militare. In Etiopia, le democrazie occidentali rischiano di ripetere il fatale errore del Ruanda 1994.

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