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Etiopia, indagini su atrocità commesse dal Tdf. Scenari cupi si addensano sul Tigray

Dopo lannuncio del 20 Dicembre riguardante il ritiro delle truppe del TDF dalle zone conquistate nella regione ahmara sono stati tanti i casi di abusi, violenze e distruzioni segnalati ed attribuiti alle truppe del fronte tigrino, commessi a danno delle infrastrutture e della popolazione.

A Nifas Mewcha sono state segnalate ed accertate decine di esecuzioni di civili – tra costoro anche dei religiosi – e violenze sessuali nei confronti di donne (secondo le fonti citate da Reuters sono almeno 70 le violenze sessuali accertate). Sebbene la leadership del Tplf non abbia voluto commentare tali accuse, il ruolo delle truppe tigrine era stato già oggetto di attenzioni a Novembre, dopo che Amnesty International aveva segnalato casi di gravi abusi su civili in alcune zone della regione Ahmara.

A Kobo e Robit sono state documentate uccisioni indiscriminate di cittadini, allindomani della conquista delle città. I combattimenti, iniziati il 9 Settembre, avevano coinvolto anche la milizia locale, ma una volta che la città era caduta sotto il controllo delle milizie del Tigray Defence Forces, queste ultime si resero responsabili di decine di uccisioni. I resoconti di Kobo sono i più estesi tra quelli conosciuti, con una stima di vittime che varia tra le dozzine e le centinaia, ma con un minimo comune denominatore: il TDF avrebbe proceduto alla ricerca dei resistenti casa per casa, abbandonandosi per rappresaglia a esecuzioni sommarie a bruciapelo, soprattutto di uomini e ad incendi di abitazioni.

I fatti scatenarono la fuga di massa della popolazione verso Dessie, dove oggi in gran parte trova ancora riparo.

Anche a Chenna Teklehaymanot, sarebbero state giustiziate decine di persone; in una fossa comune sarebbero stati trovati 59 corpi, alcuni in abiti civili, altri in uniforme. I testimoni raccontano di cadaveri insepolti, la cui presenza è stata verificata dallAssociated Press.

A Mai Kadra, tristemente nota alle cronache, la città sarebbe stata più volte al centro di scontri etnici che hanno lasciato sul campo, per offesa o rappresaglia, centinaia di cadaveri, tigrini ed ahmara.

Il 20 Dicembre, per rallentare lavanzamento dellENDF, il fronte tigrino avrebbe fatto saltare il ponte di collegamento tra Haro e Dire Roka, una pratica purtroppo già osservata nella prima fase del conflitto a parti inverse.

Una lista di violenze e distruzioni che, con lavanzamento dellENDF, si allunga e si affina, grazie anche alle indagini condotte e alle testimonianze affidate ai media, man mano che lavanzamento dellENDF permette il ripristino dei collegamenti telefonici, mettendo fine a mesi di buio totale.

Un avanzamento, quello dellesercito etiope arrestatosi solo il 23 Dicembre, contestualmente alle dichiarazioni del governo, nei pressi di Alamata.

Negli stessi giorni, sebbene sia stato difficile appurare le segnalazioni, i droni dellaviazione etiope hanno colpito laeroporto Alula Aba Nega di Mekelle, situato a Quiha, poco fuori la città; probabile tentativo di mettere fuori uso definitivamente le infrastrutture impiegate dalla difesa aerea tigrina..

Entrando nel vivo del discorso, lo scontro frontale sembrerebbe in fase di ridimensionamento, con le truppe del TDF ormai allinterno dei confini e quelle dellENDF assestatesi a ridosso delle due regioni, anche se proseguono le segnalazioni di ulteriori bombardamenti in particolar modo su Mekelle da parte dellaviazione etiope e tentativi di controffensiva tigrina in alcune zone di confine.

Un ripiegamento, quello tigrino dettato da componenti diverse. Un fattore chiave è stato lacquisto da parte del governo etiope di ingenti quantitativi di armi, via Turchia e via UAE. Armi, come i droni oggi in dotazione allaviazione, che hanno determinato il cambio di passo nellavanzata.

La vulnerabilità delle truppe tigrine e delle loro vie di rifornimento si è ben presto palesata, in un territorio prettamente pianeggiante ed un fronte ormai esteso per migliaia di chilometri, per mesi alla mercé di offensive sui fianchi scoperti, da parte delle milizie ahmara ad ovest e di quelle Afar ad est.

Il logoramento delle truppe del TDF e le perdite elevate non sono state più sostenibili per una milizia con una base di reclutamento nettamente inferiore a quella del governo federale.

Il richiamo allorgoglio nazionale da parte del governo che ha coinvolto la popolazione nella difesa dellentità nazionale, questione di sopravvivenza o di morte sotto le mani del Tplf. Una chiamata che ha generato unondata di fervore nazionale con migliaia di sostenitori che si sono sacrificati nei combattimenti e contemporaneamente una polarizzazione della società civile ormai impossibile da controllare.

La spinta propulsiva del fronte tigrino sembra essersi esaurita, e questo è il fattore fuori campo; circa la metà del territorio ad ovest del Tekeze è in mano alle milizie ahmara, mentre una fascia profonda decine di chilometri a confine con lEritrea è sempre stata, sin dalla prima fase, sotto il controllo dellesercito dello stato confinante. Ciò significa che un terzo del territorio del Tigray è saldamente in mano a forze ostili al Tplf.

Uno scenario che potrebbe far presagire un repentino colpo finale, lannientamento della leadership tigrina, ultimo atto di una tragedia in corso da ormai più di un anno.

Ma ad Addis Abeba sembrano essere restii ad una nuova avventura tra le montagne del Tigray. Il fronte, oggi attestatosi nelle zone pianeggianti del North Wollo, tra Woldya ed Alamata, è congeniale alle sortite dellaviazione, mentre le montagne del Tigray potrebbero far prendere unaltra (ennesima) piega al conflitto, con le truppe tigrine ben più abituate e congeniali (per costruzione e vocazione) al territorio montuoso e complesso che caratterizza la regione.

Il precario equilibrio venutosi a creare è soggetto a numerose variabili, a partire dalla presenza eritrea in Etiopia. Sin dallentrata in suolo etiope, leventualità che questultima rimanesse oltre i tempi stabiliti apparve subito come più di una possibilità. Isaias Afwerki, impegnatosi a fianco di Abiy Ahmed contro il Tplf, con il solo scopo di eliminarlo definitivamente e distruggere una volta per tutte il sogno del grande Tigray, non potrebbe accettare la sua sopravvivenza a questa guerra.

Afwerki sa bene che lesistenza di un Tigray, forte e politicamente influente, sarebbe una minaccia troppo grande e ben più pesante delle sanzioni emanate nei confronti di alcuni rappresentanti del suo governo o allisolamento al quale lEritrea è sempre più soggetta in campo internazionale.

Uno stallo del conflitto, dettato dallopportunità di cessazione delle ostilità in Etiopia, potrebbe portare il presidente eritreo ad unazione del tutto autonoma e rabbiosa nei confronti del Tigray, a garanzia della propria sicurezza ed influenza.

Nelle ultime tre settimane, la diplomazia statunitense ed europea hanno senza dubbio cambiato velocità e modalità di relazione con tutte le parti in conflitto, aumentando la pressioni nei confronti del governo etiope, sia in campo politico che economico.

Eindubbio che un equilibrio come quello odierno, è una posizione di vantaggio per tutti: un anno e più di guerra hanno prosciugato le casse, destabilizzato intere regioni, impegnato decine di migliaia di persone e mezzi, distrutto gran parte delle infrastrutture nelle zone interessate dai combattimenti, senza dimenticare ciò che dovrebbe essere in primo piano: le sofferenze alle quali è stata soggetta la popolazione in questi mesi. Una violenza indicibile, cieca, fomentata e foraggiata.

Di contro una tregua porterebbe i più a pensare al fallimento delle istanze del Primo Ministro Abiy Ahmed e del Presidente Isaias Afwerki, che ne dovrebbero poi rispondere alla propria classe politica, non proprio in vena di far festa.

I rapporti politici interni allEtiopia ne risentirebbero, la leadership ahmara ed afar in particolare modo mal digerirebbero una scelta in tal senso. Il 25 Dicembre la leadership dello stato Ahmara ha fatto trapelare la volontà di richiedere al governo federale, la copertura dei costi per la ricostruzione delle aree colpite dai combattimenti. La spinta data dalle milizie afar alla riconquista dei territori sotto occupazione tigrina sarà un fattore che peserà allinterno del già precario equilibrio politico nazionale.

Fallimento o meno, su un campo si è già fallito, quello umanitario. 67000 rifugiati solo in Sudan, 9 milioni di persone interessate dai combattimenti, 400mila bisognose di cibo ed assistenza immediata, una situazione economica che nella migliore delle ipotesi ci metterebbe almeno10 anni per tornare alla condizione pre-guerra.

Sotto questo peso, a farne le spese potrebbe essere lEtiopia che abbiamo conosciuto fino ad oggi.

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