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Cop27 a Sharm el Sheikh emblema della propaganda egiziana e del ‘bla bla bla’ occidentale

Il 2 novembre scorso è stato annunciato ufficialmente che l’Egitto ospiterà la Cop27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022. Quella successiva si terrà negli Emirati Arabi Uniti.
Scelte che fanno discutere non poco e che hanno sollevato l’indignazione delle organizzazioni internazionali per i diritti umani..
In primis per quello che appare come l’ennesimo atto di legittimazione di un interlocutore scomodo ma necessario.
Abdel Fattah Al-Sisi.
Tra i suoi più convinti sostenitori gli Stati Uniti, che nelle scorse settimane hanno stretto nuovi accordi con l’Egitto  riaffermando “il comune impegno ad ampliare e approfondire la cooperazione economica e commerciale bilaterale e a cooperare strettamente sulle questioni climatiche”, come si legge in una nota ufficiale.
Da fonti dirette sembra che il punto focale dei colloqui tra le delegazioni dei due paesi sia stata la condivisione delle idee su come aumentare gli investimenti nelle rispettive economie e fornire maggiori opportunità ai propri cittadini.
A tal fine, Stati Uniti ed Egitto hanno annunciato il lancio di una Commissione congiunta di alto livello, la formazione di un gruppo di lavoro sul clima, piani per una missione commerciale di economia verde e un nuovo programma di riforma commerciale dell’USAID.
Insomma, un gran bel carico di “bla  bla bla” finalizzato al proliferare dei propri interessi.
Un’azione dì lobby culminata con la nomina dell’Egitto – su indicazione dell’Unione africana ma con l’ampio favore di Washington – quale paese ospitante della Cop27 a Sharm el Sheikh, riconoscendogli cosi la leadership – come presidenza entrante – nel portare avanti le ambizioni climatiche globali.
A fronte di ciò fa decisamente sorridere l’invito blando a ”fare di più sui diritti  umani” rivolto dal segretario di stato Usa Antony Blinken al collega egiziano Sameh Shoukry, incontrato a Washington nell’ambito del “Dialogo strategico Usa-Egitto”.2
Soprattutto perché il capo della diplomazia americana ha poi elogiato Il Cairo per “aver lanciato una strategia nazionale sui diritti umani” e ha annunciato che Egitto e Stati Uniti stanno lavorando insieme per “proteggere la libertà di stampa e di espressione nel Paese africano e riformare la detenzione preventiva”.
Quella, per capirci, che sta scontando anche Patrick Zaki (nel disegno di Alekos Prete).
Il tutto a  pochi giorni dalla sospensione dello Stato di emergenza, approvato il 25 ottobre scorso dal parlamento egiziano.
Se, sulla carta, gli emendamenti presentati dal governo reintegrano nel sistema legislativo ordinario molte delle disposizioni in vigore con la normativa d’emergenza:, Human Rights Watch ha evidenziato come ci siano molte incongruenze negli annunci del governo egiziano.
Per Amr Magdi, ricercatore per il Medio Oriente e il Nord Africa dell’ong internazionale, il fatto che l’approvazione di tali emendamenti coincida con la fine dello stato di emergenza “mostra la mancanza di un reale impegno da parte del governo egiziano per porre fine alle indebite restrizioni sui diritti umani fondamentali. Il governo e il parlamento dovrebbero porre fine a tutte le restrizioni di tipo emergenziale, non dichiararne di nuove”. L’organizzazione  ha inoltre illustrato alcune di queste modifiche, a partire dalla legge sull’antiterrorismo del 2015, oggetto di profonde critiche da parte di varie organizzazioni egiziane e internazionali per la pervasività con cui limiterebbe la libertà di espressione e manifestazione.
“L’articolo 53, nella sua formulazione attuale – scrive Hrw- consente al presidente di ‘prendere tutte le misure appropriate per preservare la sicurezza e l’ordine pubblico’, incluso, ma non limitato a, l’imposizione del coprifuoco, lo sfollamento di intere aree o la limitazione della libertà di movimento”.
Ora grazie al nuovo emendamento “il presidente beneficia di un’ulteriore autorità per delegare tali poteri a qualsiasi funzionario. Un altro emendamento punisce coloro che si oppongono agli ordini imposti ai sensi dell’articolo 53 con la reclusione da 3 a 15 anni e una multa fino a 100.000 sterline egiziane”, pari a circa 6.000 euro..
Stando a quanto riferisce ancora Human Rights Watch, l’emendamento all’articolo 36 contenuto sempre nella legge sull’antiterrorismo porta da 100.000 (6.000 euro) a un massimo di 300.000 sterline (19.000 euro circa) le multe per coloro che “filmano, registrano, trasmettono e segnalano fatti di un caso legato al terrorismo”.
Rischia il carcere o multe più salate chi intende realizzare inchieste o ricerche sulle forze armate: da sei mesi a cinque anni di reclusione e multe da 5.000 a 50.000 sterline egiziane (circa 3.000 euro). Si tratta della modifica dell’articolo 80 bis del codice penale “per richiedere l’autorizzazione scritta del ministero della Difesa per chiunque voglia condurre ricerche sulle forze armate o raccogliere informazioni – statistiche, studi, sondaggi di opinione o dati – relative all’esercito”.
A preoccupare Human Rights Watch infine è anche l’estensione di una legge del 2014, che avrebbe dovuto avere la durata di cinque anni. Tale legge deferisce ai tribunali militari quei civili che organizzano proteste che riguardano le infrastrutture pubbliche, o compiono attacchi contro tali obiettivi, come gasdotti, giacimenti petroliferi, reti elettriche, ferrovie, strade e ponti.
Secondo l’ong, “le autorità hanno utilizzato questa norma per deferire migliaia di civili a processo nei tribunali militari”.
Insomma, tutto cambia per non cambiare nulla.
Il solito indecente “bla bla bla” propagandistico mentre il popolo egiziano continua a essere vessato impunemente e nel complice silenzio dell’Occidente. Anzi. Che fa di peggio. Premia il sistema repressivo di al-Sisi e le continue violazioni dei diritti umani con riconoscimenti come l’assegnazione dell’organizzazione della Cop27.
Uno schiaffo in pieno viso ai tanti attivisti che denunciano e si battono per il rilascio di migliaia di prigionieri politici e l’annullamento dei procedimenti penali contro chi, come Patrick Zaki, non ha altra ‘colpa’ se non l’aver voluto esprimere liberamente il proprio pensiero o rivendicare i propri diritti.

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