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Congo Brazzaville: Sassou-Nguesso, Un Tiranno Sanguinario E Spietato

Congo Brazzaville: Sassou-Nguesso, un tiranno sanguinario e spietato

Il 21 marzo 2021 si terranno le elezioni presidenziali nella Repubblica del Congo, piccolo Paese dell’Africa centrale con capitale Brazzaville, che confina con la Repubblica democratica del Congo (ex-Zaire). Il favorito è il presidente uscente, Denis Sassou Nguesso, 77 anni, al potere una prima volta dal 1979 al 1992 e poi dal 1997 ad oggi.

Sassou Nguesso è un uomo particolarmente sanguinario e spietato, che non ha esitato a fare eliminare fisicamente i suoi avversari politici. Il 18 marzo 1977 il presidente Marien Ngouabi viene assassinato da alcuni militari, in un complotto ordito proprio da Sassou, che all’epoca era ministro della difesa. Ngouabi era molto amato ed è quindi necessario trovare un capro espiatorio per calmare l’opinione pubblica. Sassou fa accusare del complotto Massemba-Débat, ex-presidente della Repubblica, che a fine marzo viene condannato a morte e fucilato. Due anni dopo, il ministro della difesa viene nominato presidente dal comitato centrale del partito unico, il Partito congolese del lavoro.

Nel 1991 un nuovo vento di libertà e democrazia soffia sulle rive del fiume Congo. Cedendo alla pressione popolare, Sassou Nguesso convoca una conferenza nazionale sovrana, che sarà presieduta da un vescovo cattolico. È nominato un primo ministro di transizione e le elezioni presidenziali sono programmate per il 1992. Sassou viene nettamente sconfitto al primo turno e, al secondo turno, Pascal Lissouba è eletto presidente della Repubblica. L’ex-presidente non accetta la sconfitta e prepara la sua rivincita, creando un esercito privato di miliziani, chiamati “cobra”; poi nel 1995 va a vivere in Francia, allo scopo di cercare alleati tra i politici francesi.

Il 26 gennaio 1997 Sassou Nguesso ritorna in Congo e viene accolto a Brazzaville da una folla immensa. A maggio scoppia la guerra civile: il 15 ottobre le forze fedeli a Sassou (miliziani “cobra”, uomini dell’esercito angolano, soldati del Ciad e mercenari ruandesi) hanno una vittoria decisiva e costringono il presidente Lissouba a fuggire all’estero. Il 25 ottobre Sassou si autoproclama presidente della Repubblica e ordina alle sue milizie di saccheggiare i quartieri sud di Brazzaville, dove vivono quelli che si oppongono a lui: per una settimana intera i “cobra” saccheggiano, uccidono e stuprano. Non basta: il dittatore ordina di bombardare i quartieri sud: a fine ottobre nella capitale si contano oltre 4.000 morti. La guerra civile continua per alcuni anni e alla fine il bilancio è drammatico: oltre 300.000 morti e circa 500.000 sfollati.

Nell’aprile 1999 il tiranno congolese gioca d’astuzia. Egli sa bene che a Kinshasa, all’altra sponda del fiume Congo, si sono rifugiati migliaia di profughi e di oppositori al suo regime; con un messaggio alla radio nazionale, dichiara che la guerra civile è finita e che tutti i congolesi possono tornare tranquillamente a casa. A maggio circa 1.500 persone sbarcano al porto fluviale di Brazzaville, comunemente noto come il “beach”. Un rappresentante del governo li accoglie, ma dopo pochi minuti va via. Ecco allora che intervengono gli uomini della guardia presidenziale, che dividono le persone in due gruppi: da una parte le donne, i vecchi e i bambini, dall’altra i giovani e gli uomini validi. Il primo gruppo viene rilasciato, mentre il secondo viene brutalmente massacrato: sono almeno 353 i civili uccisi. Nel 2001 la Lega dei diritti dell’uomo presenta una denuncia presso il Tribunale di Meaux (Francia), che apre un’inchiesta sul massacro del beach, secondo il principio della competenza universale. Un ex-consigliere di Sassou conferma al giudice istruttore Jean Gervillié le responsabilità del dittatore, che non solo ha chiuso gli occhi, ma ha incoraggiato a compiere il massacro. Le testimonianze raccolte dal giudice istruttore sono credibili, ma il despota congolese si salva, perché gode dell’immunità diplomatica.

Nel dicembre 2008 una ONG francese (Transparency International France) e alcuni cittadini africani presentano una denuncia contro i presidenti del Congo, del Gabon e della Guinea equatoriale per malversazione e riciclaggio. Si tratta del dossier BMA (“bien mal acquis” = beni ottenuti illecitamente), che durerà alcuni anni e che alla fine porterà risultati importanti nella lotta alla corruzione. Tra i protagonisti di questa azione legale e mediatica, c’è l’avvocato francese William Bourdon, il giornalista franco-congolese Bruno Jacquet, il cittadino gabonese Grégory Mintsa e Benjamin Toungamani, professore congolese che da molti anni vive in Francia. Sassou Nguesso farà di tutto per costringere i protagonisti dell’azione legale a ritirare la denuncia: come sempre, chi si oppone al dittatore congolese dovrà pagare caro per il suo coraggio!

Il 21 gennaio 2009, a Brazzaville, Bruno Jacquet si salva per miracolo da un incendio doloso, ma la compagna e le due figlie di quest’ultima periscono nelle fiamme, bruciate vive nella loro casa. Nello stesso giorno, in Francia, anche la casa di Benjamin Toungamani prende fuoco, ma il professore riesce a spegnere l’incendio prima dell’arrivo dei pompieri. Le autorità francesi dicono che l’incendio non è doloso, ma la coincidenza è a dir poco singolare: due incendi nello stesso giorno, contro due congolesi che hanno accusato Sassou Nguesso! Il povero Jacquet viene ricoverato all’ospedale militare di Brazzaville, perché le ustioni sono gravi. In pochi giorni sembra riprendersi, ma il 2 febbraio improvvisamente muore, ufficialmente per un arresto cardiocircolatorio: viene sepolto pochi giorni dopo, senza che sia praticata l’autopsia.

Nel 2013, il tiranno congolese ruba al suo popolo oltre 490 milioni di euro, con un sistema astuto e ingegnoso, che viene spiegato nei dettagli dall’ONG Global Witness. Il governo congolese finge di pagare la società brasiliana Asperbras per un lavoro mai fatto, mentre i soldi finiscono nelle tasche di Sassou Nguesso. I pagamenti vengono effettuati tramite una banca del Delaware, dove vige il più assoluto segreto bancario.

Il 20 marzo 2016 Sassou è di nuovo eletto presidente, dopo elezioni grossolanamente truccate. Il leader dell’opposizione, il generale Jean-Marie Mokoko, contesta il risultato elettorale, ma è arrestato e condannato a 20 anni di carcere. Dopo quattro anni di detenzione, nel 2020 le condizioni di salute del prigioniero politico si deteriorano e il generale viene trasferito in un ospedale della Turchia.

Dopo 37 anni di potere, è possibile fare un bilancio della presidenza Sassou: si tratta di un fallimento totale, a tutti i livelli. Corruzione, inefficienza, uno dei debiti pubblici più alti del mondo, totale disprezzo dei diritti umani, nessuna libertà di stampa, infrastrutture in pessimo stato, ospedali fatiscenti, povertà diffusa (il 70% della popolazione vive con meno di un euro al giorno). Finché il tiranno di Brazzaville sarà al potere, non ci sarà alcuna speranza per il popolo congolese!

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