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Burundi, Vivere Senza Libertà Di Stampa. Eroismo E Repressione Dei Giornalisti

Burundi, vivere senza libertà di stampa. Eroismo e repressione dei giornalisti

La classifica 2020 sulla libertà di stampa, redatta da «Reporters Sans Frontières» pone il Burundi al 160° posto su 180 al mondo. Il Paese africano è tra quelli classificati «neri», perché al loro interno il diritto ad un’informazione indipendente non è garantito, anzi è ostacolato, come in Cina e Nord Corea, in Iran e Iraq, in Egitto e Somalia. Tali classifiche vanno prese con cautela perché vengono realizzate con metodologie controverse e parametri opinabili, eppure un’indicazione sullo stato di salute del giornalismo e della democrazia riescono comunque a fornirla. In larga parte del pianeta, compresa l’Africa, la libertà di stampa non eccelle, anzi in moltissime nazioni si registrano gravi violazioni della libertà d’espressione, limitazioni dell’informazione e pressioni ai giornalisti, talvolta con esiti drammatici.

In Burundi la situazione si è andata rapidamente aggravando a partire dal maggio 2015, quando dopo le proteste popolari per il terzo mandato (incostituzionale) dell’allora Presidente della Repubblica Pierre Nurunziza, la maggior parte delle radio indipendenti fu chiusa o data alle fiamme e decine di giornalisti furono costretti allesilio, compresi quelli stranieri che, da allora, non sono più tornati. I giornalisti burundesi rimasti nel Paese, invece, hanno subito sempre maggiori pressioni per lavorare liberamente, perché spesso sono stati intimiditi dalle forze di sicurezza e dalle milizie filogovernative. Laccusa ricorrente per i media non allineati è stata quella di essere dei nemici della nazione, dacché non di rado sono state organizzate delle «sedute di moralizzazione» talvolta presso la residenza stessa del Presidente – con lo scopo di indottrinare i giornalisti con la linea ufficiale. In altre parole, nel piccolo stato africano da 5 anni la stampa è annichilita, dominata da paura e autocensura.

Un caso che continua a far preoccupare e indignare è quello di Jean Bigirimana, giornalista di «Iwacu» scomparso il 22 luglio 2016. In quattro anni non è stata effettuata nessuna indagine seriada parte delle autorità, ma questo non ha cancellato il ricordo del giornalista e l’emozione per quanto gli è accaduto, infatti la settimana scorsa, come ogni anno in occasione dell’anniversario della sua sparizione, i social-media burundesi, animati soprattutto da oppositori in esilio, sono tornati a chiedere verita e giustizia per Bigirimana.

Il giornalismo di inchiesta e di denuncia, tuttavia, resiste, come mostra «Iwacu» o la rete di giornalisti «SOS médias Burundi», che attraverso i socialnetwork riesce a far passare notizie altrimenti censurate. Questa forza, caparbietà e creatività sono riconosciuti anche a livello internazionale: nel maggio 2017, ad esempio, il concorso «Croque ton histoire-Scribble Your Story», destinato al graphic-journalism di Rwanda, Burundi, Bénin, Camerun, RDC e Mali, ha assegnato due dei suoi premi ad altrettanti vignettisti e disegnatori burundesi: Illustra Comics e Alif. Quest’ultimo, in particolare, ebbe il premio speciale della giuria per alcune tavole ritenute molto efficaci e coraggiose in merito al rapporto tra l’allora governo di Nkurunziza e i giornalisti indipendenti, la cui copertina era molto eloquente, con un reporter nel mirino e la didascalia «Fieri di te, giornalista burundese».

Ad oggi nelle carceri del Paese sono rinchiusi quattro giornalisti di «Iwacu», mentre un quinto, corrispondente di «Radio Isanganiro» è stato liberato qualche giorno dopo il suo arresto nel gennaio scorso. I quattro reporter di «Iwacu» sono stati arrestati il 22 ottobre 2019 mentre indagavano in una provincia settentrionale dove c’erano stati scontri armati tra milizie non identificate. Per le loro domande alla popolazione della zona, Terence Mpozenzi, Agnès Ndirubusa, Christine Kamikazi ed Egide Harerimana sono stati incarcerati insieme al loro autista Adolphe Masabarakiza, e condannati a 2 anni e 6 mesi di reclusione nel gennaio scorso perché accusati di «attentare alla sicurezza interna dello Stato del Burundi». Anche in questo caso ci sono state molte reazioni da parte degli oppositori del regime e dei giornalisti in esilio, compresa una intensa vignetta di Alif, che ritrae i giornalisti e le giornaliste legate ad una matita con una fiamma di speranza. Tuttavia, quei cronisti sono ancora in galera, confinati con accuse ritenute pretestuose da vari osservatori indipendenti, come «Human Rights Watch», «Amnesty International» e «Reporters Sans Frontières».

Nelle prime settimane di incarcerazione ne hanno scritto anche vari giornali internazionali e, tra i tanti articoli dedicati ai quattro giornalisti burundesi, particolarmente toccante è stato un editoriale di Gilbert Bukeyeneza, giornalista di «Le Monde» ed ex collaboratore di «Iwaku», in cui si è rivolto direttamente ai detenuti: «Chi vi ha arrestato odia ciò che fate, come un ammalato è disgustato da unamara medicina, ma ne ha bisogno per sopravvivere; similmente, il Paese ha bisogno della vostra voce per guarire, ricostruire e andare avanti».

Un grande esempio di questo impegno etico e politico è arrivato proprio da un cronista di «Iwacu», Abbas Mbazumutima, che ha incontrato i suoi colleghi in prigione e poi ne ha descritto le condizioni di vita sul suo giornale: nella galera di Bubanzarisiedono 300 detenuti, di cui 20 donne e 5 bambini piccoli; le condizioni di sopravvivenza sono dure, sia fisicamente che psicologicamente, ma vi sono anche alcune strategie di resistenza allangoscia e allerosione umana. Ad esempio, ha scritto Mbazumutima, è il caso della «condation» (contrazione di «comdanation», condanna), ossia una specie di tribunale messo in scena dai detenuti in cui limputato rigetta la propria identità e riceve unaccusa, intervallando domande e interventi bizzarri che finiscono in una risata. Come osserva il reporter, probabilmente questa rappresentazione è un modo per rilassarsi e dirsi che la vita continua.

Nella prima meta del 2020, almeno fino alle elezioni presidenziali del 20 maggio, e in particolare durante le settimane di campagna elettorale, la stretta sulla stampa è stata particolarmente asfissiante, ma subito dopo l’insediamento del presidente Ndayishimiye, per alcuni giorni si è sperato che il futuro potesse riservare dei miglioramenti, cercando spasmodicamente qualche segnale di incoraggiamento. Invece anche in questo caso la speranza è durata poco, fino alla proclamazione del nuovo governo, da molti accostato ad una giunta militare per la massiccia presenza di soldati tra i suoi ministri e che, pertanto, non permette di immaginare che la repressione dei media e della popolazione possa fermarsi o allentarsi a breve.

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