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Testimonianze Dal Sudan. “Mio Padre, 71 Anni, Una Delle Vittime Del Massacro Del 3 Giugno”

Testimonianze dal Sudan. “Mio padre, 71 anni, una delle vittime del massacro del 3 giugno”

Da oggi su Focus on Africa, grazie all’aiuto di Giorgia di Mascio, una studentessa di medicina che ha trascorso un mese in Sudan, nell’agosto 2018 come tirocinante presso il Soba Hospital, pubblicheremo le testimonianze di vittime e testimoni di crimini e violenze che le milizie sudanesi stanno perpetrando nei confronti della popolazione, come vi stiamo raccontando ancor prima della caduta del presidente al Bashir.
Sono traduzioni di racconti diretti, senza filtri, senza commenti. La cruda realtà dei fatti. Punto.

Ahmed, 25 anni, Khartoum 3 giugno

Mio padre. Un uomo di 71 anni.
Una delle vittime del massacro del 3 giugno.
È stato pesantemente picchiato, gli hanno rotto una clavicola e una tibia. Per non parlare delle lacerazioni sulla sua pelle.
Due settimane fa mi ero spostato in Egitto.
Non ho avuto nessun contatto con lui il giorno dell’accaduto e pensavo che fosse da imputare alle difficili condizionicomunicative generali.
Dopo due giorni, però, sono stato contattato da un cugino che mi ha messo al corrente di tutto.
In seguito ho perso i contatti anche con lui.
Vorrei tornare a casa il prima possibile, mio padre soffre di insufficienza renale.
Era stato già arrestato e picchiato nel mese di dicembre, ma almeno avevo potuto fare qualcosa quella volta.
Quello che stiamo facendo significa molto. Non per noi, ma per le persone che sono rimaste indietro.

Mio padre. Un uomo di 71 anni.
Una delle vittime del massacro del 3 giugno.
È stato pesantemente picchiato, gli hanno rotto una clavicola e una tibia. Per non parlare delle lacerazioni sulla sua pelle.
Due settimane fa mi ero spostato in Egitto.
Non ho avuto nessun contatto con lui il giorno dell’accaduto e pensavo che fosse da imputare alle difficili condizionicomunicative generali.
Dopo due giorni, però, sono stato contattato da un cugino che mi ha messo al corrente di tutto.
In seguito ho perso i contatti anche con lui.
Vorrei tornare a casail prima possibile, mio padre soffre di insufficienza renale.
Era stato già arrestato e picchiato nel mese di dicembre, ma almeno avevo potuto fare qualcosa quella volta.
Quello che stiamo facendo significa molto. Non per noi, ma per le persone che sono rimaste indietro.

Nel mese di dicembre era già avvenuto questo:

(25th December 2019)

“Che mondo, che nazione, che vita.
Nessun rispetto per gli anziani. Nessuna pietà per i giovani. Nessun riguardo per le vite umane.
Martedì, 25 Dicembre. La più grande manifestazione della storia del governo di Al Bashir, almeno fino ad allora. Una marcia pacifica, fino al palazzo presidenziale, per consegnare una semplice lettera, indirizzata al presidente e al suo governo. In questa, trasformate in parole, la frustrazione e la rabbia per anni di politiche opprimenti e la richiesta di andarsene, semplicemente.
Abbiamo chiesto meno di ciò che ci meritavamo. Chiedevamo loro di concederci di provare a salvare questo paese. Non di ripagarci per quello che per anni ci avevano sfilato ripetutamente dalle mani, né di essere torturati, malmenati o uccisi come tutti quelli che erano morti nelle loro guerre, risucchiati da case fantasma e come le centinaia uccise durante la manifestazione del nostro dissenso, gratuitamente.
La loro risposta? Pallottole vive, cecchini su ogni tetto. Sentirsi braccati come animali e poi arrestati, per essere portati in un posto sconosciuto, dove le parole per descrivere cosa vi accade mancano.

Mio padre, l’uomo più forte che io abbia mai visto e anche se non perfetto, è il meglio che ci possa essere
Martedì, 25 dicembre venne arrestato, vi racconto ciò che gli successe, nello stesso modo che lui lo raccontò a me.

Un settantenne, letteralmente trascinato al pickup della polizia. Le lacerazioni sulle sue gambe e sulla sua schiena ancora sanguinano. Gettato, prono, sul fondo del cassone. La sua faccia ancora livida e il suo occhio ancora gonfio.
Mi racconta che vennero portati in una casa, presi a bastonate e poi bendati. Un colpo alla nuca quasi lo stordisce. Essendo l’uomo che è, non china il capo, non mostra debolezza, e loro, Ghoul del governo senz’anima di conseguenza continuano a colpire.

Una volta sistemato a dovere lo portano in un posto lontano, remoto, dove nessuno sentirà le sue urla. E in una stanza, col tanfo di feci, viene colpito ancora, e ancora.
Col ventre a terra, il piede di un poliziotto sulla testa, e il viso spinto sul pavimento, il mio idolo si sente urlare contro “Voi scarafaggi osate opporvi a noi?”.
Portato in un una sala per gli interrogatori, gli vengono poste domande su domande, tra cui molte per capire se fosse un semplice manifestante oppure un organizzatore.
Ad ogni risposta data faceva eco uno stivale, facendolo cadere dalla sedia.
Un uomo di settant’anni, settanta! La natura senza cuore né anima del nostro governo non smette mai di sorprendermi.
Viene portato nuovamente nella sala che puzzava di feci, colpito ancora senza pietà e calpestato da persone che persone non sono, ma feccia insignificante. Tutto ciò con un sottofondo di urla che come un mantra ripetono “il vostro posto è questo, scarafaggi sotto i nostri piedi!”

Dopo ore di percosse e interrogatori, quando ormai stava perdendo conoscenza viene risvegliato da acqua gelata, una bastonata al capo, colpendolo sull’orecchio, perforandogli il timpano sinistro. Gli chiesero poi di firmare un foglio, che non riusciva a leggere avendo perso gli occhiali al momento della cattura.

Si penserebbe che questo sia abbastanza, e invece ancora botte, fino a perdere i sensi mentre viene portato via a bordo di un veicolo. Lasciato in un posto remoto su un cumulo di sabbia, si ritrova lì solo, senza soldi né documenti. Solo, con i vestiti a brandelli, macchiati del suo sangue.
Fortunatamente, riesce a contattarci e tornare a Khartoum anche se era stato scaricato a metà strada tra la capitale e lo stato vicino, Aljazeira state.

Oggi ho imparato che la vita non è sacra. E che non tutte le vite valgono l’aria che loro respirano. Quando vedi il tuo idolo messo in ginocchio, l’uomo più forte trattato come merda, da uno scarto umano, in quel momento sai che non tutte le vite sono sacre.

Il mondo non è un posto migliore con tutti noi al suo interno, può essere molto meglio senza alcuni di noi. Vivere non è abbastanza per considerare la vita una vita. La morte può essere misericordia. Ma ne siamo sicuri? Sul serio? Potrei non saperlo perché ancora respiro, ma giuro su tutto ciò che sacro in questo mondo, che avrei preferito essere morto anziché vedere mio padre ridotto in quel modo. Vorrei morire ora e non vederlo continuare a vivere così.

Non posso concludere questo racconto con una morale positiva. Finisco accompagnato solo da profonda tristezza e la speranza che queste parole possono fare la differenza. Ho sentito una volta che una penna può essere un’arma più forte di una pistola o una spada. Purtroppo, finora non mi convince affatto.

Dal cuore infranto del Sudan”

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