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Senegal, La Storia Del Calciatore Sadio Mané: You ‘ll Never Walk Alone

Senegal, la storia del calciatore Sadio Mané: you ‘ll never walk alone

Il senegalese Sadio Mané è molto più di un attaccante fenomenale. Ha ventisette anni, è ricco, famoso, ha vinto molto col Liverpool e si appresta a vincere altrettanto nei prossimi anni, data la forza e la competitività della corazzata di Klopp. Eppure, non è di questo che ha senso parlare quando ci si accosta alla sua figura. Mané, infatti, è molto più di un semplice campione: è un Uomo, una persona vera, uno che conosce il senso della fatica, della tristezza e della paura.
Di recente, ha dichiarato: “Perché dovrei volere dieci Ferrari, venti orologi con diamanti e due aerei? Cosa faranno questi oggetti per me e per il mondo?”. E ancora: “Ho avuto fame, ho lavorato nei campi, sono sopravvissuto a tempi difficili, ho giocato a piedi nudi e non sono andato a scuola. Oggi, con quello che guadagno, posso aiutare le persone”. Per poi spiegare il suo impegno concreto: “Costruire scuole e uno stadio. Inoltre forniamo vestiti, scarpe e cibo alle persone in condizioni di estrema povertà. Poi do 70 euro al mese a tutte le persone di una regione molto povera del Senegal, per contribuire alla loro economia familiare”.
In un calcio che, a livello mondiale, sta diventando sempre più lo specchio di una società violenta, imbarbarita e diseguale, non si può ignorare l’esempio offerto da questo fuoriclasse, le cui parole rendono l’idea di un riscatto possibile, riconciliano col mondo e ci restituiscono lo spaccato di un’umanità fiera che vuole ancora resistere all’abisso.
Sadio Mané, nativo di Banbali, è uno dei tanti bambini africani che trovato in un pallone di pezza o di stracci il giocattolo ideale, con la differenza che lui, al contrario di molti altri, è riuscito a prendere a calci la miseria, la fame, le malattie e una vita di stenti. E ora che è in vetta al mondo è bello sapere che non si è dimenticato delle sue origini, delle giornate intere trascorse a scrutare l’orizzonte, delle lacrime piante e delle attese, delle speranze coltivate con la pazienza degli antichi guerrieri e della missione di pace che questo ragazzo fortunato si è posto come obiettivo. 
Diciamo che leggendo queste sue dichiarazioni viene in mente quel Dio d’Avvento che predicò qualche anno fa papa Francesco, aprendo a Bangui il Giubileo della Misericordia: una società fonata sull’amore e sulla fratellanza, una visione ideale in cui non esistono discriminazioni e persino chi è nato nell’inferno della Terra ha un’opportunità di riscatto.
Ventisette anni, tutta la vita davanti e una maturità sorprendente. Ventisette anni e una consapevolezza che induce a riflettere. Ventisette anni e la forza rivoluzionaria di opporsi all’orrore dilagante del nosto tempo, lui che potrebbe infischiarsene e mostrarsi indifferente e invece si batte per il suo popolo, per la sua gente, per tanti compagni di giochi che sicuramente soffrono ancora la fame perché, purtroppo, non ce l’hanno fatta.
Recita l’inno del Liverpool: “You ‘ll never walk alone”, non camminerai mai solo. Quando Anfield Road, il leggendario stadio dei Reds, lo intona con le sciarpe distese e levate al cielo vengono i brividi. Ebbene, Mané è un mito che ha scelto di camminare insieme agli altri, e chissà se conosce quel proverbio africano secondo cui “se vuoi andare veloce, vai da solo; se vuoi andare lontano, vai insieme agli altri”. Il punto è che, anche se non lo conosce, lo applica concretamente ogni giorno, come si nota quando calca i palcoscenici più prestigiosi al mondo, con l’erba rasata alla perfezione e ogni sorta di comfort sugli spalti, e il suo pensiero è evidentemente rivolto alla terra brulla su cui giocava da bambino, alla polvere sulla quale ha cominciato a essere un campione, all’immaginario in cui è diventato un uomo, all’universo di sogni apparentemente impossibili che si è portato dietro e che oggi lo ha reso un gigante. 
I gol finiranno nelle cineteche, i trofei nel museo del Liverpool, questo figlio dell’Africa profonda, invece, rimarrà, se non altro per riordarci che la culla dell’umanità è ancora in grado di regalarci storie come questa.
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