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Nessuno In Africa Vorrebbe Lasciare Il Proprio Paese. Dio Perdoni L’Europa, Se Può

Nessuno in Africa vorrebbe lasciare il proprio Paese. Dio perdoni l’Europa, se può

È incredibile come qui in Africa la realtà venga vissuta e interpretata in maniera completamente diversa, rispetto all’Europa e all’Italia in particolare. Da noi sembra che la discussione sull’immigrazione rimanga all’assurdo dilemma: far morire donne e bambini nel Mediterraneo o farli morire nei lager in Libia? Che si sa del grande continente africano? 54 nazioni, oltre 1,2 miliardi di abitanti, oltre 2000 lingue parlate. Eppure da noi si “conoscono” solo “immigrati”. L’Africa è una grande e complessa realtà dove donne e bambini dovrebbero avere le stesse opportunità di tutti noi. Siamo qui a scoprire sentimenti ed emozioni, ad ascoltare per cercare di capire. Anche qui si piangono i bambini che muoiono di malattie che altrove invece guariscono.
Tutto mi appare drammaticamente assurdo. Nessuno in Africa vorrebbe lasciare il proprio Paese, sapendo di mettersi nelle mani di criminali che, se non riesci a pagare, ti uccidono e ti prelevano un organo che vale, sul mercato clandestino, fatto anche di operatori sanitari alla dr Mengele, più della vita stessa. Chi può dimenticare i bambini che Josef Mengele ad Auschwitz trucidò in assurdi e criminali sperimentazioni?
Ma se l’Europa si limita a discutere se accogliere 5 o 10 immigrati, in Africa stanno ancora aspettando il famoso piano Marshall sempre annunciato ma mai messo in cantiere. Tanto in Europa si spera che tra guerre, siccità, fame, incendi, Ebola, Aids, Malaria, Tubercolosi, Diarrea infantile e cancro, tra non molto il “problema” “immigrazione” finirà. La novità di questi mesi sono proprio gli incendi e il cancro infantile.
Che l’Amazzonia bruci, lo sanno tutti, ma si continua a ignorare che anche l’Africa è in fiamme. E da più tempo. Congo e Angola, infatti, sono devastati da vasti incendi almeno da metà luglio: i peggiori degli ultimi 15 anni. Una catastrofe rimasta in gran parte ignorata. Dallo spazio le foto satellitari della NASA evidenziavano come il fumo sul continente africano fosse visibile da molti giorni prima rispetto a quello prodotto dagli incendi in Amazzonia. Ma l’occidente è rimasto quasi indifferente. Il nostro pianeta è in fiamme. Ma le preoccupazioni variano da regione a regione. L’Africa non fa parte di quelle interessanti.
Nelle ultime settimane l’Angola ha registrato oltre 7000 incendi, la Repubblica Democratica del Congo 4000. Secondo le rilevazioni di Copernicus (il programma europeo di osservazione della Terra) attualmente la regione centrafricana è quella che registra la maggior parte di incendi di biomasse nel mondo. Gli incendi nell’Africa sub-sahariana rappresentano circa il 70% dell’area bruciata di tutto il mondo. Insieme agli incendi in Alaska, in Canada e in Groenlandia e in Amazzonia, determinano un cambiamento climatico sempre più pericoloso.
L’impatto del cambiamento climatico sulla capacità di assicurarsi cibo e benessere è drammatico in Africa, perpetuando migrazioni e forti rischi di conflitti dovuti alle desertificazione e alla siccità.
Secondo l’ONU, a pagare le conseguenze di un mondo più caldo, sono soprattutto le popolazioni più povere di Africa e Asia, con guerre e migrazioni. Ma, anche se, come avverte l’Ipcc, il Mediterraneo e l’Italia in particolare sono ad alto rischio di desertificazione e incendi, sembra che la cosa non interessi i nostri rappresentanti istituzionali.
Di cancro si muore dappertutto, ma in particolare in Africa. Altro che solo malattie infettive. Il cancro ruba ai bambini oltre 11 milioni di anni di vita. “The Lancet Oncology”, ha dimostrato che l’impatto del cancro infantile in termini di vita persi per cattiva salute, disabilità e morte precoce sia pari a dieci anni. L’emergenza (?) riguarda soprattutto i paesi impoveriti. Il numero di nuovi casi di cancro in bambini e adolescenti da 0 a 19 anni era di circa 416.500 nuovi casi a livello globale nel 2017. I bambini nei paesi più poveri rappresentano l’82% del totale, con oltre 9,5 milioni di anni di vita persi. La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di cancro infantile raggiunge l’80% dei casi nei paesi ricchi, contro una sopravvivenza di meno del 30% nei paesi a basso e medio reddito.
Ho visitato tanti, troppi bambini con il cancro qui in Africa. È terribile saper fare una diagnosi di questo tipo ed essere consapevole che non potrai fare nulla. Eppure sai che ci sono terapie che in molti casi avrebbero portato alla guarigione molti di loro. Ma qui logiche perverse di profitto impediscono l’uso di farmaci salvavita che da noi sono a disposizione da anni.
Esiste una sola possibilità di salvare la vita ai bambini con il cancro. Farli arrivare in Italia. Ma è davvero difficile. Quasi impossibile. Noi ci siamo riusciti. Penso a Goitom. Ringrazio i miei colleghi del Regina Elena e del San Gallicano, del San Camillo Forlanini, per l’impegno profuso a salvare bambini destinati a morte sicura nel loro Paese.
Ma se avessimo investito sulla collaborazione clinico-scientifica con loro, oggi non avremmo immigrazione, viaggi della disperazione e vergognose speculazioni.
Dio, perdona l’Europa. Se puoi.

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