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Libia, Almeno 100 Morti Nel Centro Migranti Bombardato A Tajoura. Molte Donne E Bambini

Libia, almeno 100 morti nel centro migranti bombardato a Tajoura. Molte donne e bambini

All’inizio della crisi con la progressiva e violenta avanzata per conquistare il potere in Libia del maresciallo Khalifa Haftar, le cui truppe sono ormai arrivate e combattono a 12 chilometri dalla capitale Tripoli, sede del Governo retto da Fayez al-Sarraj riconosciuto ufficialmente dalle Nazioni Unite, la Libia era su tutti i tg nazionali e sulle prime pagine dei quotidiani.

Poi con il passare delle settimane il flusso di notizie è andato scemando nonostante i 600 morti, i 4 mila feriti e i 110 mila sfollati. 
Neanche oggi, con la notizia del bombardamento sul centro per migranti a Tajoura si fa fatica a trovare il tema nella fascia primetime. Eppure l’Ansa, la più importante agenzia giornalistica italiana, ha fatto più lanci su quello che le Nazioni Unite hanno definito un ‘crimine di guerra’.
Le vittime, al momento, sarebbero un centinaio, come racconta Ismail Mohammed, uno dei portavoce della Comunità dei rifugiati dal Sudan in Italia, in diretto contatto con alcuni sopravvissuti sudanesi, la nazionalità maggiormente rappresentata nel centro di raccolta di Tajoura. Molti dei feriti sono in condizioni gravissime e mancano all’appello una ottantina di migranti, per lo più connazionali di Ismail, alcuni provenienti dal Darfur come lui, ma anche somali, eritrei, etiopi.
L’inviato dell’Onu Ghassan Salamè ha da subito invitato la comunità internazionale a condannare il raid e a imporre sanzioni a coloro che lo hanno ordinato ed eseguito.
A perdere la vita anche molte donne e bambini. Un’ulteriore tragedia che mostra l’atroce impatto della guerra su civili inermi.
Per questo, oltre alla netta condanna dei bombardamenti indiscriminati su aree non militari, e all’appello a fermare le ostilità che mettono continuamente a rischio vite umane e distrugge infrastrutture essenziali è necessario garantire adeguate misure di protezione alla popolazione locale e trasferire i migranti in luoghi sicuri affidandoli agli operatori delle Nazioni Unite.

La Libia non era un Paese sicuro prima del conflitto civile, dopo il 4 aprile è un paese in guerra.
Sul fronte strettamente geopolitico sarebbe auspicabile che fosse promossa una conferenza internazionale sulla Libia, e non limitarsi a sostenere la proposta di al-Sarraj che lo scorso 16 giugno ha annunciato il lancio di un’iniziativa sotto egida Onu per porre le basi costituzionali per il futuro dello Stato libico.  Peccato che il premier libico voglia riunire “tutte le parti che sostengono una soluzione pacifica e democratica” ed escludere Haftar.
Un tentativo serio per chiedere un cessate il fuoco e gettare le basi per l’avvio di un nuovo percorso di pace per la Libia non può prescindere dalla presenza al tavolo dell’uomo forte della Cirenaica e degli attori regionali che su di lui hanno maggiore ascendenza. L’auspicio è che  i suoi principali sponsor, Egitto e Emirati Arabi, motivati dalle pressioni internazionali ma anche dall’indebolimento sul campo di Haftar nell’area di Gharyan possano scegliere altre strade, magari le pressioni politiche piuttosto che un sostegno armato. Ma bisogna fare presto. Non c’è più tempo.
Il conflitto in corso alle porte di Tripoli sta mettendo a dura prova la tenuta delle operazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità e delle ong impegnate nel supporto ai migranti trattenuti nei centri di detenzione. 
Gli operatori continuano a lavorare per assicurarsi che le strutture per il primo soccorso abbiano le risorse e le forniture necessitare per garantire assistenza sanitaria e dare supporto alle famiglie in fuga. Ma la situazione sul terreno sembra del tutto fuori controllo.
A fronte del peggioramento della crisi, le diplomazie arrancano nel cercare di riportare il confronto sul piano politico.
Le Nazioni Unite, addirittura, parlano di impegno per “salvare il salvabile” come ha ammesso candidamente il rappresentante speciale del segretario generale Antonio Guterres in Libia Salamé. Dopo la sospensione delle trattative, nell’attesa di ‘adeguarle’ alla situazione sul terreno, l’inadeguatezza dell’Onu è apparsa imbarazzante.
Senza la compattezza dei principali attori sul campo, e un sostegno fattivo della Comunità internazionale, l’operazione ‘soluzione politica’ è ormai una ‘missione impossibile’.

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