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Discriminazioni E Odio Razziale: Se Eniola Aluko, Nigeriana Stella Del Calcio In Italia, Dice Basta

Discriminazioni e odio razziale: se Eniola Aluko, nigeriana stella del calcio in Italia, dice basta

Nel momento in cui una giovane donna, ricca, bellissima, nota a livello internazionale e straordinaria per profondità di pensiero e ricchezza di ideali, dice basta e decide di abbandonare l’Italia e una squadra come la Juventus per via del razzismo, il calcio si deve fermare. Il calcio, infatti, non è un mondo a parte, estraneo al contesto sociale, non è un’isola felice (oggi meno che mai) e non può far finta di nulla. Nel momento in cui Eniola Anuko, trentadue anni, nigeriana di Lagos, afferma che in alcuni negozi di Torino si è sentita trattata come una ladra e che in aeroporto è stata fiutata dai cani antidroga neanche fosse Pablo Escobar, devono essere le italianissime campionesse azzurre e juventine a rifiutarsi di scendere in campo. Non è ammissibile, infatti, che gli stadi siano diventati una zona franca nella quale qualunque imbecille può dare liberamente sfogo ai propri istinti ferini, inneggiando al fascismo, al nazismo, evocando le camere a gas con slogan indecenti e fischiando o mimando il verso della scimmia all’indirizzo dei giocatori di colore. 
 
Lo dico da amante dello sport, da juventino, da tifoso appassionato e, a tratti, quasi viscerale: il calcio italiano deve dire basta. Dobbiamo essere noi a dare un segnale importante, esemplare. Dobbiamo far sentire a Eni tutta la vicinanza e l’affetto che merita. Dobbiamo provare a convincerla a rimanere, anche se ormai è pressoché impossibile, perché altrimenti il provincialismo ci ucciderà, indurrà decine di campioni, di ogni disciplina sportiva, a lasciar perdere il nostro Psese, ci imprigionarà in una gabbia di stupida xenofobia che ci condurrà all’anno zero, all’età della pietra dei diritti e della convivenza civile. 
Eniola Anuko è nostra sorella, ora e sempre una di noi, un simbolo, un esempio, un punto di riferimento. Farle sentire il calore e l’amicizia di un popolo, di una testata, di una comunità civile e solidale che ancora è ben presente nel nostro Paese è un dovere morale che va al di là dello sport. 
 
Ora, si può anche pensare che Eni abbia ormai altri interessi fuori dal calcio, che il suo addio fosse meditato da tempo, che le motivazioni siano emerse soltanto all’ultimo minuto e che, insomma, sia sì vittima di episodi disdicevoli ma ci stia anche marciando un po’: ho ascoltato diverse campane, mi sono informato molto attentamente e ritengo giusto non trasformare in un santino una personalità complessa e particolarmente poliedrica. Fatto sta che rimane la violenza, l’odio, la barbarie, l’intollerabile sensazione che questa povera Nazione stia scivolando verso una miseria morale senza precedenti. 
 
Del resto, quando mi recai a Parigi a intervistare Thuram, il fuoriclasse francese mi mise in guardia circa il fatto che alcuni campioni di colore erano tentati dallo scegliere un altro paese, in quanto nell’Italia contemporanea temevano di non potersi integrare, oltre a non sopportare le orde di fascisti, facinorosi e delinquenti che gremiscono alcune gradinate. E allora va detto con la dovuta franchezza: nulla può essere più accettato. Non un saluto romano, non un buu, non un insulto, non una frase fuori posto, non un dirigente che si lasci andare a battute da teppista, niente di niente. Questa stratificata cattiveria deve essere contrastata con il massimo vigore, con assoluta intransigenza, con il coraggio, se necessario, di bloccare il campionato, di sospendere le partite, di fermare una macchina impazzita che sta correndo a velocità supersonica verso l’autodistruzione. 
 
E anche se taluni episodi fossero stati solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, sarebbe comunque gravissimo. Perche ci sarà sempre una goccia di troppo, un fischio più doloroso degli altri, una banana gettata in campo che alla fine uno non sopporta più, una cattiveria che va al di là di ciò che un atleta, uomo o donna che sia, ritiene superiore alle proprie forze e alle proprie capacità di resistenza. Di fronte a una Aluko che se ne va, non possiamo restare indifferenti, così come non possiamo restare indifferenti di fronte alle volgarità contro Balotelli e altre personalità sottoposte quotidianamente a uno stillicidio di insulti che stanno conducendo l’Italia nel baratro. 
 
Stiamo diventando un Paese chiuso, volgare, autoreferenziale, gretto, infestato da paure e timori che non hanno ragione di esistere. Stiamo abbandonando il Ventunesimo secolo per sprofondare non si sa dove, in un tempo fuori dal tempo, in una sorta di sarabanda coloniale, in un’illusione di grandezza legata a un’autarchia da operetta, in un sistema socio-politico che di umano non ha più nulla ed è, al contrario, lo specchio del nostro degrado apparentemente irrefrenabile.
 
Per questo è necessario fermarsi, uscire dal campo, porre fine a questa follia senza precedenti e non restare in silenzio. Perche il silenzio è omertà, condiscendenza, assuefazione, il silenzio uccide ed è complice dell’orrore. Eniola Akuko, al netto dei suoi difetti e delle sue umanissime contraddizioni, siamo tutti noi. È la parte di noi che si ribella alle ingiustizie e non sostenerla come merita vorrebbe dire consegnare l’Italia nelle mani di chi la sta infangando, trasformandola in un’arena colma d’odio e rassegnata ai suoi portatori insani.  
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